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Docs Film

Castaways of Kerch
I Naufraghi di Kerch

written and directed by Stefano Conca Bonizzoni historical consultancy by Heloisa Rojas Gomez, Stefano Mensurati, Giulia Giacchetti Boico

photography and post-production

by Stefano Conca Bonizzoni

animations by Giulia Peruzzi and Emanuele Spudde with the participation of Marina Lago, Bruno Lago, Nadezhda Denisovna Giacchetti, Zhasekenov Madi, Farida Tatayeva

Music: USSR Ministry of Culture Chamber Choir

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Kerch, Crimea. A minority of Italian origin who came there during the 1800s struggles to have their tragedy recognized and told. These Italians in 1942 were accused of supporting the fascist regime and of collaborating with German troops during the occupation of the city. Between January 29 and 30, the Soviet soldiers began the deportation of the Italians. All community was taken on freight trains to the icy Kazakh steppes. The first wagon was dropped on the Aral Sea. At that time the inhabitants of those places called it the sea, it was the fourth-largest water reservoir in the world, supplying the entire Soviet Union with fish. In the early sixties, the Soviet Union government decided to take water from the two rivers that flowed into the lake in an attempt to irrigate the desert to grow cotton. Today the eastern lake basin is completely dried up. The fishing boats and the factories for the conservation of the fish in which also the deported Italians worked are only traces of the past, the desert has reappropriated the landscape. Italian survivors will eventually be made at return rate to Kerch only a few after Stalin's death, Russia recognized the persecution suffered by this community only on 11 September 2017.

Sulle sponde di un mare scomparso, riemerge la storia degl'italiani di Crimea e della loro deportazione nelle gelide steppe kazake nel 1942, un olocausto le cui tracce si confondono con il ritratto di un luogo e il racconto dei sopravvissuti. Il film documentario ci trasporta a Kerch, in Crimea, dove una minoranza di origine italiana giunta laggiù nel corso del 1800, lotta perché la loro storia venga riconosciuta e raccontata. Questa comunità di italiani nel 1942 venne accusata di sostenere il regime fascista e di aver collaborato con le truppe tedesche durante l'occupazione della città. Tra il 29 e il 30 gennaio i soldati sovietici incominciarono la deportazione degli italiani. Tutta la comunità venne fatta salire su treni merci alla volta delle gelide steppe kazake. Il primo vagone venne sganciato sul lago d'Aral. All'epoca gli abitanti di quei luoghi lo chiamavano mare, era il quarto bacino idrico più grande al mondo, e riforniva di pesce tutta l'Unione Sovietica. Solo alcuni, dopo la morte di Stalin, riuscirono a fare ritorno a Kerch.

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MAYA'S COFFEE - Coffee defenders

Prodotto da Lavazza Group - Fondazione Lavazza
Canon Italia, sponsor tecnico
in collaborazione con Officine Creative e Università di Pavia

scritto e diretto da Stefano Conca Bonizzoni 
dop Andres Ramirez
produzione esecutiva Anna Recalde Miranda

Since 2019 Fondazione Lavazza works in Chiapas with communities and cooperatives

to improve coffee quality and productivity

increasing resources and knowledge 

to strengthen management practices, 

administrative and financial capacities

 

They have been supported 

to face up to climate change effects

Extensive crop damage from coffee rust

and limited access to market information.

Dal 2019 Fondazione Lavazza lavora in Chiapas con comunità e cooperative per migliorare la qualità e il raccolto di caffè.

Le comunità contadine del Chiapas sono supportate per far fronte agli effetti del cambiamento climatico, ai danni estesi alle colture causate dalla ruggine del caffè e all' accesso limitato al mercato.

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Raffineria di petrolio

La Fabbrica di Benzina

Prodotta da Reverse digital media factory
Regia di Stefano Conca Bonizzoni

e Daniele Ferro
Fotografia e montaggio

di Stefano Conca Bonizzoni
Soud design di Andrea Rainoldi

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A Cremona le luci di una raffineria illuminano le acque del fiume Po, a meno di due chilometri dal centro della città. Dopo quasi sessant’anni di convivenza tra lo stabilimento e i cremonesi, gli scenari della raffinazione in Europa sono cambiati: la Tamoil Italia (società controllata dal governo libico del colonnello Gheddafi tramite la multinazionale Oilinvest e proprietaria della raffineria dagli anni ’80) decide di chiudere l’attività e a novembre 2010 informa i sindacati con un breve comunicato. Parte la mobilitazione dei lavoratori, circa cinquecento tra dipendenti e indotto; scioperi e cortei a Milano e a Cremona chiedono alla Tamoil di fermare il piano.

La fabbrica di benzina racconta la vicenda della raffineria cremonese tramite la voce orgogliosa e sensibile di una lavoratrice, i dubbi, le speranze e i timori degli operai. Nel documentario il caso Tamoil diventa il simbolo di problemi che ricorrono in altre parti d’Italia: l’inerzia delle istituzioni, l’inquinamento causato dalle attività produttive e il conflitto tra tutela del lavoro da una parte e dell’ambiente dall’altra, la divisione tra lavoratori e sindacati, la malizia della politica che cambia atteggiamento in base alle convenienze elettorali.

Il documentario disegna la vicenda Tamoil nella tranquilla provincia di Cremona come un affresco dell’Italia e del nostro stile di vita. Perché della benzina che dà lavoro ma inquina nessuno sembra poterne fare a meno. Anche quando il petrolio arriva da un dittatore che uccide il proprio popolo.

Sulle sponde di un mare scomparso, riemerge la storia degl'italiani di Crimea e della loro deportazione nelle gelide steppe kazake nel 1942, un olocausto le cui tracce si confondono con il ritratto di un luogo e il racconto dei sopravvissuti. Il film documentario ci trasporta a Kerch, in Crimea, dove una minoranza di origine italiana giunta laggiù nel corso del 1800, lotta perché la loro storia venga riconosciuta e raccontata. Questa comunità di italiani nel 1942 venne accusata di sostenere il regime fascista e di aver collaborato con le truppe tedesche durante l'occupazione della città. Tra il 29 e il 30 gennaio i soldati sovietici incominciarono la deportazione degli italiani. Tutta la comunità venne fatta salire su treni merci alla volta delle gelide steppe kazake. Il primo vagone venne sganciato sul lago d'Aral. All'epoca gli abitanti di quei luoghi lo chiamavano mare, era il quarto bacino idrico più grande al mondo, e riforniva di pesce tutta l'Unione Sovietica. Solo alcuni, dopo la morte di Stalin, riuscirono a fare ritorno a Kerch.

Sulle sponde di un mare scomparso, riemerge la storia degl'italiani di Crimea e della loro deportazione nelle gelide steppe kazake nel 1942, un olocausto le cui tracce si confondono con il ritratto di un luogo e il racconto dei sopravvissuti. Il film documentario ci trasporta a Kerch, in Crimea, dove una minoranza di origine italiana giunta laggiù nel corso del 1800, lotta perché la loro storia venga riconosciuta e raccontata. Questa comunità di italiani nel 1942 venne accusata di sostenere il regime fascista e di aver collaborato con le truppe tedesche durante l'occupazione della città. Tra il 29 e il 30 gennaio i soldati sovietici incominciarono la deportazione degli italiani. Tutta la comunità venne fatta salire su treni merci alla volta delle gelide steppe kazake. Il primo vagone venne sganciato sul lago d'Aral. All'epoca gli abitanti di quei luoghi lo chiamavano mare, era il quarto bacino idrico più grande al mondo, e riforniva di pesce tutta l'Unione Sovietica. Solo alcuni, dopo la morte di Stalin, riuscirono a fare ritorno a Kerch.

Sulle sponde di un mare scomparso, riemerge la storia degl'italiani di Crimea e della loro deportazione nelle gelide steppe kazake nel 1942, un olocausto le cui tracce si confondono con il ritratto di un luogo e il racconto dei sopravvissuti. Il film documentario ci trasporta a Kerch, in Crimea, dove una minoranza di origine italiana giunta laggiù nel corso del 1800, lotta perché la loro storia venga riconosciuta e raccontata. Questa comunità di italiani nel 1942 venne accusata di sostenere il regime fascista e di aver collaborato con le truppe tedesche durante l'occupazione della città. Tra il 29 e il 30 gennaio i soldati sovietici incominciarono la deportazione degli italiani. Tutta la comunità venne fatta salire su treni merci alla volta delle gelide steppe kazake. Il primo vagone venne sganciato sul lago d'Aral. All'epoca gli abitanti di quei luoghi lo chiamavano mare, era il quarto bacino idrico più grande al mondo, e riforniva di pesce tutta l'Unione Sovietica. Solo alcuni, dopo la morte di Stalin, riuscirono a fare ritorno a Kerch.

© 2023 by Stefano Conca Bonizzoni

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